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Assegno dopo lo scioglimento dell’unione civile: i nuovi criteri della Cassazione

Quando un’unione civile arriva al termine, una delle questioni più delicate riguarda l’eventuale riconoscimento dell’assegno in favore di uno dei partner. Negli ultimi anni la giurisprudenza ha progressivamente chiarito i criteri da applicare e, con l’ordinanza n. 25495/2025, la Corte di Cassazione ha compiuto un ulteriore passo avanti: le regole utilizzate nei giudizi di divorzio valgono anche per le unioni civili.

Questo significa che non trova più spazio il riferimento al “tenore di vita” mantenuto durante la convivenza. Ciò che conta, oggi, è un’analisi concreta della situazione economica delle parti e del ruolo svolto all’interno della coppia.

La funzione assistenziale: garantire l’indipendenza minima

La prima funzione dell’assegno è quella assistenziale, pensata per i casi in cui la persona richiedente non disponga di mezzi sufficienti per una vita autonoma e dignitosa.

La Cassazione sottolinea che non si tratta di “mantenere” il livello economico avuto durante la relazione, né di livellare le condizioni tra i partner. L’obiettivo, molto più pragmatico, è quello di assicurare un supporto minimo quando da soli non si è in grado di provvedere alle proprie esigenze di base ossia la funzione assistenziale.

La funzione compensativa: quando lo squilibrio nasce da scelte condivise

Accanto a questa, vi è la funzione compensativa, che opera su un piano completamente diverso.

Qui non si guarda alla semplice mancanza di reddito, ma al contributo fornito da un partner alla vita familiare e ai sacrifici sostenuti per consentire all’altro di progredire professionalmente o sotto il profilo reddituale.

È il caso, ad esempio, di chi ha rinunciato a opportunità di lavoro per occuparsi della casa, della gestione quotidiana o del benessere comune. Questa scelta, se condivisa e se ha inciso sull’autonomia economica, giustifica un assegno che non è solo “aiuto”, ma vero e proprio riequilibrio.

Quando le due funzioni convivono, prevale la componente compensativa, che dà vita a un assegno più strutturato, calibrato sulla storia della relazione.

Cosa occorre dimostrare in concreto

Sul piano pratico, l’orientamento della Cassazione impone un approccio molto più accurato nella fase introduttiva del giudizio. Occorrerà, infatti, andare a ricostruire l’intera evoluzione della convivenza, anche prima della formalizzazione dell’unione, per mettere in luce:

  1. eventuali rinunce lavorative;
  2. contributi rilevanti alla vita domestica;
  3. scelte comuni che hanno inciso sulla carriera di uno dei partner;
  4. apporto alla formazione del patrimonio comune.

Solo una narrazione chiara di questi elementi consentirà al giudice di individuare la funzione dell’assegno e determinarne l’importo.

Una valutazione attenta a solidarietà e responsabilità

La disciplina dell’assegno nelle unioni civili, così come interpretata dalla Cassazione, si muove tra principi di solidarietà, responsabilità personale e valorizzazione del lavoro non retribuito svolto all’interno della coppia. È un equilibrio che trova fondamento nell’art. 5, comma 6, della legge 898/1970, ora pienamente applicato anche a queste realtà familiari.

Si tratta di un’impostazione più moderna, che non guarda solo alla fotografia economica attuale, ma alla storia concreta della relazione e al ruolo che ciascun partner ha rivestito. Un approccio più equo, che riconosce anche forme di contributo spesso invisibili ma determinanti nella costruzione della vita comune.

 

 

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